Mononoke: le creature leggendarie dell’immaginario giapponese

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Princess Mononoke locandina

di Desirée Altobelli

«Bramare ogni cosa che si trova tra il cielo e la terra è quel che si chiama il karma dell’uomo, no?»

Princess Mononoke (もののけ姫, Mononoke-hime, La principessa spettro), noto dal 2014 come Principessa Mononoke, è «una pietra miliare nel mondo dell’animazione». Uscito per la prima volta nel 1997, scritto e diretto dal maestro Hayao Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli, pur non presentando la maturità de Il ragazzo e l’Airone, contiene in sé il complesso universo immaginativo di Miyazaki.

Attraverso l’odio di San, la principessa spettro, ed Eboshi, capo della Città del Ferro, il maestro ci suggerisce come la feroce lotta tra natura selvatica e domesticazione da parte dell’essere umano, che è in realtà sfruttamento, porterà solo all’autodistruzione delle due parti se non si raggiunge l’armonia (rappresentata da Ashitaka, un uomo, sic!).

Ma la realtà è sfaccettata e nasconde una complessità inimmaginabile a prima vista. Lady Eboshi, donna spietata e arrogante, nasconde in realtà un aspetto compassionevole: dà ospitalità e lavoro a ragazze costrette a lavorare nei bordelli e a lebbrosi emarginati dalla società. Allo stesso modo, la natura, meravigliosa dispensatrice di vita, può essere anche la più terribile delle sciagure: lo vediamo con il Guardiano Nago e il divino Okkoto, cinghiali trasformati in divinità maligne, ma anche nella potenza distruttrice del Dio Bestia a cui viene mozzata la testa.

Eppure, sono sempre le azioni umane a connotare di benignità o di malvagità la natura, che di per sé non è ne buona né cattiva, come dimostra il Dio della foresta, che dà e toglie la vita. L’essere umano è, infatti, il fulcro della pellicola: per quanto possa sembrare un’epopea sulla lotta tra bene e male, e per quanto gli uomini possano uscirne sotto una luce negativa («il mestiere degli uomini è raschiare la montagna», dice un abitante della Città del Ferro ad Ashitaka), è in realtà il loro modo di plasmare il mondo, la cultura e le relazioni ad essere indagato, messo in discussione e rielaborato attraverso le azioni di Ashitaka.

Ed è proprio la cultura giapponese, in cui il rapporto tra uomo e natura manteneva forse maggiore autenticità, a popolare di creature l’immaginario del maestro in Princess Mononoke. Vediamone alcune!

Kodama in un frame del film
Kodama in un frame del film

Kodama

I kodama sono spiriti che risiedono negli alberi e che hanno poteri sovrannaturali. Si spostano da un albero all’altro e sono legati alla dimensione del suono: si credeva infatti che il rumore degli alberi che cadono nelle foreste fosse il pianto dei kodama e che sapessero imitare le voci umane, creando degli echi. In effetti, uno dei kanji usati per la parola kodama, 谺, significa anche eco. Che i kodama si divertano a imitare gli umani lo vediamo anche nel film di Miyazaki: quando Ashitaka trasporta sulla schiena uno dei due uomini feriti della Città del ferro, i kodama lo imitano.

Il kodama era anche un segno che la foresta godeva di salute, proprio per questo vederne uno era di buon auspicio, mentre abbattere un albero ritenuto loro dimora era fonte di sventura.

Il loro aspetto non si evince facilmente dalla tradizione: nelle antiche leggende o sono invisibili o sono indistinguibili dagli alberi. Miyazaki li raffigura come piccoli omini bianchi, spiritelli dalla consistenza evanescente, i cui volti ricordano i ciottoli levigati dal contatto con l’acqua.

 

Shishigami
Il dio bestia o dio della foresta in un frame del film

Shishigami (Dio della foresta)

Il dio della foresta, noto dall’adattamento italiano come ‘Dio Bestia’, è uno Shishigami, il dio cervo personificazione della foresta, in grado di dare la vita e la morte. Per questo motivo è una divinità che rappresenta fedelmente la natura, né buona né cattiva.

Ha due forme, una diurna e una notturna. La forma diurna è quella di una sorta di chimera con corpo di cervo. Nella mitologia giapponese questa divinità viene chiamata Yatsukamizuomitsuno, ha il potere di creare pianeti ed è venerata a Nagahama. La sua figura deriva dal Kasuga Deer Mandala, uno scritto buddista in cui è raffigurato come un cervo con un albero sulla testa.

Dio bestia nella forma di Daidarabotchi o Night Walker
Dio bestia nella forma di Daidarabotchi o Night Walker

Nella sua forma notturna, il Dio bestia può essere identificato con un Daidarabotchi, una figura mitologica gigantesca e grossomodo antropomorfa, che sembrerebbe composta dalla stessa sostanza dell’universo. I daidarabotchi sono esseri così grandi da formare laghi laddove poggiano i piedi e sono in grado di plasmare le montagne. Secondo alcune leggende, lo stesso Monte Fuji sarebbe stato creato da uno di questi giganti.

 

San, la ragazza spettro, in un frame del film
San, la principessa spettro, in un frame del film

Mononoke

Anche se nel film San non viene mai chiamata Mononoke, in realtà questa è la definizione che è alla base della trama stessa. I Mononoke sono infatti spiriti vendicativi, spiriti dei morti o dei viventi in grado di impossessarsi di un essere umano e di farlo soffrire, di causare malattie e portare la morte. Si incontrano spesso nella letteratura del periodo Heian (VIII-XII secolo). Il termine giapponese Mononoke deriva dal cinese 物怪 wuguai, dove 物 wu sta per ‘cosa’ e 怪 guai per ‘mostro/demone’, ma anche per ‘strano/bizzarro’, e definisce quindi qualcosa di inspiegabile.

L’abbigliamento e i tatuaggi di San, per ammissione di Miyazaki stesso, sono ispirati al manga Mud Men di Daijiro Morohoshi, che a sua volta ha preso spunto da una tribù della Papua Nuova Guinea, gli Asaro Mudmen, che indossano maschere fatte di fango. La maschera di San è invece ispirata alle bambole dogū del periodo Jomon (10.000 a.C. – 300 a.C.).

Dogū del periodo Jomon – Saitama, Giappone
Dogū del periodo Jomon – Saitama, Giappone

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Tags: cinema giapponese, cinema orientale, daidarabotchi, hayao myazaki, Princess Mononoke, studio ghibli, toko film fest

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