Una casa isolata nella wilderness americana, una coppia affiatata sta per avere un bambino, un idillio che si trasforma in una discesa verso l’ade. Die my love, nuovo film della visionara Lynne Ramsey, è in uscita nei cinema italiani dal 27 novembre. Un’opera viscerale e animalesca, che racconta come agisce il dolore: lento, costante, imprevedbile e a volte assoluto.
Lynne Ramsey: una regia sonora
Dispersi nel Montana, Grace (Jenniffer Lawrence) e Jackson (Robert Pattinson) tentano di costruire la loro vita di coppia. Rimettono in piedi un vecchio rudere di famiglia, tra erotiche lotte fameliche e nottate di luna piena. Dopo l’arrivo del bambino però, la vita di Grace inizia a riempirsi di crepe, e il locus amoenus della campagna si tinge di riflessi sinistri e pericolosi. La tranquillità diventa solitudine, l’animale una bestia, e il sogno si infrange in mille pezzi.
Lynne Ramsey in Die my love firma una regia composta che affida la sua potenza ad immagini oniriche e al suono. La depressione che colpisce Grace invade lo spazio e la messa in scena, costringendo lo spettatore a guardarla dritto negli occhi. Il film si carica di simboli e rinuncia ad una narrazione lineare riuscendo ad essere nè troppo didascalico, nè esageratamente criptico. La fedeltà diventa un cane, la voglia di libertà un cavallo, il desiderio sessuale una visione di un uomo alto e possente.

Ma la maestria di Lynne Ramsey non si rivela solo attraverso le immagini, ma anche con il suono. Esperta e navigata musicista, ha curato anche la colonna sonora. Nelle canzoni dei neo sposi nasconde le crepe della loro storia, i rumori afosi della campagna alimentano la stanchezza e il senso di immobilità. E poi le risate nel cuore della notte, i pianti del bambino, gli spari del fucile.
La regia di Ramsey circonda il film a 360 gradi, dimostrando quanto la drammaturgia di una scena non si riveli solo tramite la macchina da presa o il dialogo, ma riesca a essere il collante tra tutti i reparti coinvolti. La luce e la fotografia, inquietanti quanto immensi, durante le scene notturne svelano il dolore di Grace, rendendolo visibile, tattile e materiale.
Il fuoco che purifica
Cosa succede quando tutto quello che abbiamo sempre desiderato si trasforma in una spada che ci trapassa il cuore? Come facciamo ad accettare che la nascita di qualcosa rappresenta in vero la perdita di qualcos’altro? Il tema di Die my love ruota intorno alla perdita e al dolore che essa causa. Grace cade in una depressione post-partum che la intrappola in una vita lontana da sè. Perde prima il suo corpo, poi la libertà, l’amore, il sesso e infine la ragione.
La quotidianità si inceppa e gli ingranaggi iniziano a crollare. La vita di coppia si arresta e il peso dei ruoli di genere e delle aspettative diventano veri e propri macigni. La realtà inizia a confondersi con le illusioni. Il film progressivamente indaga il volto della sofferenza e, velo dopo velo, strato dopo strato, cerca di rivelarne le ragioni. Ma alla fine scopriamo che ragioni non ce ne sono, che il dolore accade come accadono le cose belle, e che quello che ci rimane è solo il desiderio di metterlo a tacere

La perdita colpisce però tutti i personaggi. Pam (Sissy Spacek), madre di Jacskon, ha perso suo marito. Le manca, e nella notte viene colpita da attacchi di sonnambulismo. Esce per strada, con il suo vecchio fucile, e ride come una forsennata. Deve fare i conti che in quella morte, e in quell’assenza, si cela forse un nuovo senso di libertà. Jackson perde una moglie, e con lei un futuro e una vita felice.
Die my love si dirige verso la fine senza lasciare vie di fuga. Quando il dolore ti mangia da dentro non esiste nient’altro che la distruzione per poter ricominciare. Il fuoco divampa nella foresta, Grace ci cammina dentro. In una sequenza che cancella il confine tra realtà e sogno, si alza l’ultimo grido, nello stesso fuoco che distruggeva la casa in Madre! (2017) di Aronofsky. Un film che dissacra la maternità e la donna, sacrificandole alla volontà di un Dio senza religione, e di cui, non a caso, Jennifer Lawrence è protagonista.
E madre fu
Il personaggio di Grace dà corpo ad un tema che ancora oggi è considerato un tabù. La maternità -non la genitorialità- porta con sè un peso spesso troppo difficile da sostenere. Se Charlize Theron in Tully (2018) affrontava le dinamiche di stress, sfinimento e gli estremi diversivi che le madri mettono in atto per far fronte a tali pressioni, Grace decide di sottrarsi al suo ruolo e di lasciarsi andare al dolore. Raramente vediamo il bambino -che non ha neanche un nome- e l’amore che Grace dice di provare per lui non trova spazio se non nelle sue parole.
Jennifer Lawrence continua così ad esplorare ruoli femminili complessi e fuori dai canoni, mettendosi a confronto con psicologie fragili e borderline. La sua Grace gioca molto sui contrasti: prima ironica poi malinconica, euforica e poi apatica. Lawrence usa il suo corpo modellato dalla sua vera gravidanza e lo espone in tutta la sua pienezza, alzandolo a simbolo di cambiamento ma anche di punizione.

Grace inizia a compiere atti di autolesionismo nel tentativo di liberarsi. Non riesce più a mantenere il controllo sulle sue scelte e sui suoi sentimenti. Entra in clinica, si cura, ma una volta tornata a casa sa di essere di nuovo in trappola. In Madre! la stessa trappola era la casa, l’imperituro e imperterrito ciclo vitale in cui le donne esistono in quanto tali e non come individui.
La sua Madre era solo un veicolo, uno strumento che doveva assolvere al bisogno di cura non solo dell’uomo ma dell’umano. Qui lo stesso personaggio, scritto da Lynne Ramsay insieme a Enda Walsh e Alice Birch, in qualche modo prende la sua rivincita e si sottrae a quella dinamica di potere. Il dolore, lo stesso che le mangia il corpo e le fa perdere la ragione, diventa anche l’ultima strada di ribellione, strumento che le permette, in ultima battuta, di riappropriarsi della sua libertà.
Di Matteo Cantarella
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