Tienimi presente di Alberto Palmiero vince il premio per miglior opera prima all’ultima edizione della festa del cinema di Roma. Un debutto insolito ma che racconta con grande ironia e profondità l’urgenza di tanti giovani che sognano di poter fare carriera in un mondo che spesso sa essere crudele. Nelle sale dal 26 febbraio, Tienimi presente è anche nella shortlist dei David di Donatello come miglior opera prima.
Tienimi presente: un documentario in differita
Tienimi presente non è un documentario, non è un film di finzione e neanche un mockumentary. Alberto (Alberto Palmiero) è un giovane aspirante regista. Dopo aver frequentato una scuola di regia a Roma cerca di farsi strada presentando le sue opere in giro ai festival. Mentre osserva alcuni suoi amici riuscire a stare alle regole di un gioco tanto imprevedibile quanto spietato, serpeggia in lui l’idea di voler abbandonare il cinema. Inizia una crisi esistenziale che lo riporta ad Aversa, suo paese natale.
Passa le sue giornate a letto, a rivedere i vecchi amici, mentre la famiglia continua a chiedergli quali sono le sue intenzioni. Dice di aver lasciato il cinema ma il suo sguardo tradisce una forte malinconia e tristezza per questa decisione. I compagni d’infanzia, la nuova ragazza e una nuova opportunità continuano a riportarlo però sulla vecchia strada. Troverà o no il coraggio di darsi una seconda possibilità?

Alberto ha la geniale intuizione di dare voce alle sue reali insicurezze. Mette in scena la sua storia personale documentando il periodo in cui ha voluto abbandonare il cinema. Insieme a lui, che interpreta se stesso, lo accompagnano i suoi veri genitori, la ragazza, gli amici, che si ritrovano tutti ad essere attori sociali. L’impressione quindi è proprio quella di un documentario in differita. Cioè di una documentazione dei fatti, così come sono accaduti, ma non catturati in presa in diretta, bensì rimessi in scena con consapevolezza nelle vesti di un film di finzione.
Un’operazione coraggiosa, audace, profonda ma anche tanto divertente. L’ironia è stata un’altra grande scelta registica. Era facile trasformare una storia del genere in un dramma, che rischiava però di diventare retorico e autoreferienzale. Con una comicità fresca, simile -non me ne voglia il regista- a quella di Troisi, il film risulta godibile e di facile fruizione, senza rinunciare però ad una malinconia di fondo, nostalgica, che lascia comunque quel retrogusto dolce amaro.
Il film in sè rivela il finale di questa storia. Una storia in cui ogni giovane che studia cinema -e non solo- non può non vedere un po’ di se stesso. Tienimi presente è il simbolo di una generazione che deve fare i conti con il fatto che spesso, fare quello che ci piace, rimane un privilegio di pochi. Ma può e deve essere anche una tesimonianza di quanto la perseveranza e la fiducia nella nostra vocazione non debba mai smettere di essere la nostra bussola, e di quanto dalle crisi e dagli sconforti possa nascere un nuovo stimolo e una nuova opportunità.

Ritorno alle origini
Tienimi presente è un film “semplice”. Realizzato con poco budget e una troupe piccolissima, “famigliare” si potrebbe dire. Racconta non solo di Alberto ma anche dei suoi coetanei, delle vecchie generazioni e del suo luogo di origine. Queste scelte non sono banali. nè obbligate dal film. Sono scelte consapevoli e anche politiche che mirano ad una riappropriazione di sè.
Alberto torna alle sue origini, agli spazi che lo hanno visto crescere e sognare, alle persone che lo hanno accompagnato. Lo sguardo si posa su un luogo lento, radicale come quello della provincia campana. Un luogo che spesso non sa educare a sognare in grande, che vuole vederti solo “sistemato”. Tornare a casa per il protagonista è tornare in un posto sicuro, comodo, ma anche essere catapultato indietro nel tempo e posto davanti a dei bivi le cui strade conducono ad altrovi differenti.

L’esplorazione delle proprie radici permette ad Alberto personaggio di ridisegnare il rapporto con la famiglia e con quegli ambienti fatti di partite e birre al bar, ed elaborarli e farli propri con una nuova consapevolezza e maturità. Ma queste non sono le uniche origini a cui Tienimi presente fa ritorno. La creatività dietro l’idea del film, l’ibridazione tra linguaggi visivi, la scelta di avere una troupe piccola e funzionale rappresentano anche una riappropriazione del mezzo cinematografico.
Tienimi presente ritorna alle origini di un cinema che necessita di una macchina da presa e di qualcuno che la impugni, di un cinema che si fa con le storie vere, sincere e personali. Un cinema che quindi -come sempre- è politico perchè dimostra che sa esistere ovunque, anche al di fuori di regole e sistemi di produzione che forse, ad oggi, risultano troppo elitari e che iniziano, sempre forse, a puzzare un po’ di muffa. Si, mi sono tolto dei sassolini dalle scarpe.
Di Matteo Cantarella





