American Fiction

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American Fiction

Di Matteo Cantarella

American Fiction di Cord Jefferson smaschera l’ipocrisia di Hollywood

American Fiction è una commedia satirica brillante. Un film divertente che però esplora una realtà difficile da guardare in faccia ma che sarebbe ora di risolvere. La storia segue la vita di Theolonius “Monk” Ellison (Jeffrey Wright), un professore di letteratura americana. Dispotico e decisamente impaziente è in mezzo ad una crisi letteraria perchè nessun editore è disposto a pubblicare i suoi libri. Un po’ come Paul Giamatti in The Holdovers, non è ben visto dai suoi colleghi e dai suoi studenti, ma a differenza di quest’ultimo che per punizione era costretto a rimanere a scuola durante le vacanze di Natale, Theolonius verrà allontanato dal suo ruolo. Tornato a casa, per una serie di sfortunati eventi, rimarrà bloccato a prendersi cura della sua famiglia, tra una madre affetta da alzheimer e un fratello assente.

Lo scopo del film è evidente. Smascherare l’ipocrisia della popolazione bianca che predica la verità e l’inclusione, ma che in realtà non accetta nessun tipo di narrazione se non quella che le fa più comodo. Il conflitto nel protagonista nasce proprio da questo aspetto. Lui scrive libri che non parlano dell’esperienza di afrodiscendente nel modo in cui il pubblico bianco vuole e si aspetta. Racconta una realtà che non ha nulla a che fare con il suo essere nero quanto con il suo essere umano. Vede i suoi libri esposti in libreria nella sezione “Storia afro-americana” quando quello di cui scrive non ci ha nulla a che fare. Agli occhi degli altri, il colore della sua pelle è un aggettivo qualificativo indispensabile per identificare la sua letteratura. È così allora che per provocazione scrive un libro imbevuto di stereotipi: è la storia di un uomo nero, con catene d’oro, criminale, che vive nel ghetto e parla attraverso strani epiteti. Il libro viene osannato ovunque, recensito come uno dei romanzi più veri e crudi degli ultimi anni.

Attraverso una sceneggiatura brillante, American Fiction mette in scena una satira molto più politica di quanto lascia intravedere, condendola con una certa malinconia e romanticismo. Solleva degli interrogativi estremamente attuali che pongono al centro lo sguardo. Chi definisce la nostra espereinza? Quale esperienza definisce la nostra identità? Cosa siamo disposti a sacrificare dei nostri ideali per ottenere il consenso degli altri? Il nostro protagonista del consenso se ne frega altamente, fino a quando però da questo non dipendono le sue finanze. Si interroga poi sul senso della comunità. Un’ esperienza comune, vissuta dalla gente a cui si appartiene ma che in prima persona non ci riguarda, possiamo davvero sentirla sulla nostra pelle? Sono dubbi di natura antropologica che nel film vengono affrontati da uno sguardo e una scrittura libera, non giudicante e soprattutto non inquisitoria. Non esiste una morale alla fine. Quello su cui però per tutto il film si è d’accordo è che ognuno dovrebbe parlare di se e di quello che conosce, e che questo, se non sei un uomo bianco etero e occidentale, non ti è concesso.

American Fiction
Sterling K.Brown, Jeffrey Wright e Erika Alexander in una scena di American Fiction

Il vero viaggio attraverso la sua identità però passa soprattutto attraverso la riscoperta della sua famiglia. Da anni lontano Theolonius non ama ritornare in un luogo che lo fa sentire stretto e pieno di responsabilità. Dopo la morte della sorella è però costretto a rimanere. Le due narrazioni, che possono sembrare indipendenti, sono in realtà estremamente connesse. Lo scrittore sente stretta la sua famiglia perchè vede in essa quel legame da cui lui tenta di spogliarsi per poter essere visto e considerato uno scrittore come tutte gli altri. Imparare a prendersi cura degli altri, significa imparare a prendersi cura di se stesso e dei suoi libri.

Passiamo ora agli aspetti più estetici e formali. La regia, diciamolo, non è indimenticabile da un punto di vista tecnico, ma la messa in scena in alcuni momenti riesce ad essere davvero orinale e divertente. Il film gioca sapientemente e giocosamente sul filo del metacinematografico, o meglio della meta narrazione. Crea storie dentro storie dimostrando di saper utilizzare il linguaggio cinematografico in modo trasversale. Anche la sceneggiatura è davvero brillante, anche se alcuni turning points fanno fatica ad amalgamarsi e a risultare al cento per cento credibili.  Jeffrey Wright è meritatamente candidato all’oscar come miglior attore. Il suo Thelonius è perfetto, calibrato, divertente e, all’occorrenza, profondo e romantico. Meno d’accordo sulla candidatura di Sterling K. Brown nei panni del fratello Clifford. Non tanto per la sua interpretazione quanto per la scrittura del personaggio. È venuta a mancare un’ indispensabile empatia che doveva crearsi tra di loro e con il pubblico. Se il film denuncia la rappresentazione stereotipata della comunità nera, tralascia invece quella delle persone queer, relegando la totalità del personaggio di Clifford alla solita sfera dell’eccesso e della trasgressione sessuale alla quale la comunità queer è sempre stata in balìa.

Il film non ha una morale finale, e ci lascia con un happy ending a metà: monito che quella uguaglianza è lontana dall’essere raggiunta. American Fiction è disponibile su Amazon Prime video ed è candidato agli oscar nella categoria miglior film.

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