Joachim Trier dopo l’acclamato La persona peggiore del mondo, dirige Sentimental value, un dramma con forti tinte comiche che dalla fredda Norvegia ci catapulta in una storia famigliare fatta di silenzi, traumi e colpe non scontate. Si parla anche qui di dolore, più sottile, criptico e nascosto, ma non per questo meno spaventoso. Con dei dialoghi superlativi e dei personaggi che sembrano usciti dalla penna di Checov, Sentimental value sembra essere il favorito nella gara per miglior sceneggiatura originale agli Oscar 2026.
Sentimental value: crepe e fratture
Nora Borg (Renate Reinsveen) ha un attacco di panico ogni volta prima di salire sul palco scenico. Lo fa da una vita ma ha una pessima -se non inesistente- capacità di controllo di sè e delle sue emozioni. E per questo è una straordinaria attrice. Nora vive da sola, è l’amante di un addetto dello spettacolo e le piace viziare il nipote. Ha infatti una sorella minore, Agnes (Inga Lilleaas) già sposata e “sistemata”.
Gli equilibri bizzarri si scuotono quando la madre muore e le due sorelle si trovano da sole a fronteggiare il padre Gustav (Stellan Skarsgard), regista eclettico e sfrontato. Dopo anni di assenza si presenta con una sceneggiatura per un nuovo film, e vuole proprio la figlia maggiore nel ruolo da protagonista. La scelta che Nora è chiamata a fare le fa intraprendere un percorso alla (ri)scoperta del suo rapporto con il padre e dei traumi profondi che ancora la infestano.

Trier scrive una storia tragicomica che sintetizza anni di cultura scandinava da Ibsen a Bergman passando per Cechov. Il dramma famigliare, così come in Spettri e Il Gabbiano, rappresenta una matassa di bivi e incroci in cui i personaggi si perdono per poi ritrovarsi. Nessuno ha la libertà di scegliere la propria famiglia e questo, spesso, è origine tanto di sfumature di amore puro e incondizionato quanto di traumi e sofferenze.
La casa dove si consumano gli atti -proprio come in un’opera teatrale- del film, ha un problema nelle sue fondementa: un piccolo dislivello crea una crepa che cresce negli anni, fino a raggiungere il soffitto. Non è pericolosa ma è lì, evidente e simbolica. Convive con la casa e con ciò che la abita.
Dal teatro al cinema: storia della disfunzionalità della comunicazione inefficiente.
Lo so, ho appena dato un titolo di paragrafo che non credo abbia davvero un senso. Eppure le parole chiave ci sono tutte: teatro, cinema, disfunzionale e comunicazione. Alzi la mano chi è andato/a in terapia per “colpa” di uno o di entrambi i genitori. Sospetto molte mani alzate. Gustav è sempre stato un padre assente, interessato a rincorrere il proprio estro e la propria arte sacrificando il benessere mentale della sua famiglia. Nora ricorda della sua infanzia continui litigi tra lui e la madre, mentre lei si chiudeva in camera e la crepa nel muro si espandeva.
Il rapporto padre-figlia è centrale in Sentimental value. Costituisce la trama e il nucleo tematico. Da una parte Gustav, rappresenta il cinema. Sempre in cerca di novità, divertimento e verità. Dall’altra Nora, attrice teatrale, costretta ad essere figlia, instabile, irrequieta e tormentata. Nel mezzo centinaia di discorsi mai fatti, urla mai ascoltate e dolori mai visti. Il tema della incomunicabilità tra padre e figlia emerge nelle loro divergenze artistiche. Loro si parlano ma con due linguaggi diversi. Il para c’è- è il meta verbale che manca.

Come fare allora per comunicare i propri sentimenti? Ecco che l’arte ci viene in soccorso ancora una volta. Come in Hamnet (qui l’articolo) l’arte era strumento di elaborazione del lutto e pretesto per perdonare le proprie colpe, anche in Sentimental value è l’arte che crea un ponte tra padre e figlia. Il linguaggio artistico, in questo caso il cinema, diventa terreno per confrontarsi e comunicare i propri sentimenti.
L’arte è dunque un linguaggio che decodifica i nostri vissuti, scioglie i nostri intrecci e mette ordine lì dove c’era caos. Scrivendo un film ispirato alla figlia, Gustav le dimostra quanto durante gli anni passati è stato davvero in grado di capirla e di amarla. Il suo personaggio resta ambiguo e complesso. Il finale del film è tutto sommato conciliante, forse anche troppo. Seppur padre e figlia “capiscono di capirsi”, tutte le colpe restano impunite e non sono sicuro che Nora, alla fine, si sia “emancipata” rispetto all’influenza e al potere che Gustav esercita su di lei.
Sorellanza
Sentimental value non è un film per tutti e tutte. Nonostante i rapporti padre-figliə riguardino ognuno di noi, ci sono delle componenti in questo che lo rendono un caso specifico. La prima è l’esplorazione del rapporto padre-figlia. Maschio- femmina. Per ragioni sociali e culturali il rapporto padre-figlia si sviluppa e crea codici diversi tra quello padre-figlio. In quest’ultimo ci si capisce di più forse ma si tende ad avere meno coraggio nell’esprimersi e nel confrontarsi. Springsteen -liberami dal nulla, film biopic su Bruce Springsteen è un recentissimo e riuscitissimo esempio di tale relazione.

La seconda è l’assenza della madre. Una volta morta, viene a mancare una figura -donna come la figlia- che fa da tramite e da filtro nel rapporto tra Nora e Gustav, costringendo padre e figlia al confronto. La terza, e forse più importante, è la sorella minore. Nora è la più grande e questo l’ha resa direttamente bersaglio degli effetti dei suoi genitori, mentre per Agnes rappresentava uno scudo e un filtro. Questo non vuol dire che anche la sorella non abbia i suoi traumi ma significa che quei traumi non li ha mai dovuti fronteggiare da sola. Non ha ma vissuto i suoi genitori senza di lei.
Nel rapporto tra le sorelle risiede quindi la vera chiave di lettura del film. Sorellanza che va oltre il sangue e che si concretizza nella scelta di non arrendersi mai e di rappresentare l’una il pilastro per l’altra. Anche il personaggio di Rachel Kemp (Elle Fanning) attrice che viene scelta per il film prima di Nora, rientra in questo discorso. Trovatasi in mezzo all’uragano della famiglia Borg, capisce prima della figlia quanto Gustav tiene a lei, e rifiutando in ultima battuta il ruolo, convince Nora a fare i conti con il padre e il suo passato.
di Matteo Cantarella
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