Oh Rovina! – Intervista a Domenico Lagano

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Copertina Oh Rovina! Breve saggio sul non finito

di Santa Madre Rabbia

I mattoni rossi dagli angoli spezzati, i ponti che si interrompono nel nulla e gli enormi parallelepipedi grigio-bianchi senza infissi sono solo alcuni dei tasselli che compongono il mosaico di Oh Rovina! Breve saggio sul non finito, il primo documentario di Domenico Lagano.  Menzione Speciale per il Documentario al XX Magna Graecia Film Festival 2023, il film delinea la poetica di un fenomeno forse tutto italiano, quello del ‘non finito’, vivido specialmente in un Sud Italia sempre più marginalizzato e spopolato. 

Un’opera a capitoli, che si avvale degli interventi di Angelo Maggio, Francesco Lesce, Carlo Borgomeo e Gioacchino Criaco, che parte da un oggi (le opere abbandonate), di cui sviscera cause e disastri, e finisce per proiettarsi in un domani che però ci appare sempre al passato, nostalgico e veloce. 

Ne abbiamo parlato con il regista, Domenico Lagano, cresciuto nella provincia di Catanzaro ma che vive ormai da 7 anni «in giro per l’Italia», come ci dice lui stesso.

Ciao Domenico, Oh Rovina! è il tuo primo documentario? Come sei arrivato a girarlo, cosa ti ha spinto?

Sì, è il mio primo lavoro. Nasce da diverse esigenze. La prima è strettamente artistica: in quel periodo stavo studiando molta teoria cinematografica e sperimentando con dei video per il web. Mi sono reso conto che mi sentivo particolarmente a mio agio col linguaggio documentaristico, in quanto sembrava garantire più libertà formale rispetto ad altri. Mi sono dunque dato l’obiettivo di realizzare una prima opera più impegnata. Parallelamente, mi trovavo in un periodo in cui iniziavo a prendere più consapevolezza delle mie radici. Ero già fuori sede da diversi anni (in quel momento vivevo a Bologna) e mi rendevo conto che conoscevo pochissimo la mia terra. È condizione diffusa tra i miei coetanei e conterranei: la Calabria è una regione periferica, geograficamente e culturalmente, e pur essendoci nato, se non per interesse personale, è difficile averne una rappresentazione tanto diversa da ‘nduja, ‘ndrangheta, e abusi edilizi. In un saggio antropologico ho incontrato per la prima volta il non-finito (solo come parola). Ho dato finalmente un nome a qualcosa che crescendo avevo sempre avuto sotto gli occhi, ma che non avevo mai visto veramente: ho pensato immediatamente alla casa dello svizzero, a 50m da casa mia, che vedete in apertura.

Che tipo di strumentazione hai utilizzato?

Ho girato con una Blackmagic Pocket Cinema Camera 4K e un obiettivo analogico Canon 24mm.

Un frame del documentario
Un frame del documentario
Oh Rovina! è un’opera composita in cui grande spazio hanno materiali d’archivio e fotografia. La tua sembra essere una ricerca estetica, ma anche esistenziale, una storia che decolla con un pastello a cera nero per atterrare sui propulsori di un missile in partenza. Come è stata la tua ricerca? Da dove sei partito e quale criterio ti sei dato per mettere insieme le voci narranti del tuo documentario?

Il lavoro si è svolto in tre fasi. La prima è stata una fase di studio teorico, durante la quale ho letto tutto ciò che ho potuto trovare sul tema. È seguita una fase di raccolta di testimonianze orali e materiali d’archivio. Tra i nuclei tematici che avevo inizialmente individuato, uno riguardava le rovine: quelle “che non sono più” e quelle “che non sono ancora”. In Calabria queste due forme di rovina convivono ed è per me una questione di grande interesse poetico che purtroppo non ha trovato spazio nel film. È stato nel corso del montaggio che ho realmente compreso quale fosse il cuore del progetto e quale dovesse essere l’angolo d’entrata nella storia. Ho ritenuto centrale il clima di speranza che era stato venduto al Sud all’inizio degli anni Settanta, e che ha spinto i calabresi a costruire. Il filmato d’archivio “Calabria, Avanti!” è emblematico. Era la testimonianza perfetta di un certo modo illusorio, paternalistico e retorico di concepire il futuro. Nella scena finale, poi, ho messo in contrasto un reportage fotografico di Francesco Faeta, Nelle Indie di quaggiù, e uno spezzone del film Koyaanisqatsi. Da una parte la società agricola ritratta da Faeta; dall’altra un missile in decollo: l’ambizione, la velocità, anche la violenza di un progresso imposto dall’alto. Il mondo contadino e quello industriale a confronto, una spinta dall’alto che soffoca quelle dal basso. Il materiale scelto è stato dunque quello che meglio serviva questa tensione, sia da un punto di vista concettuale che, ovviamente, di impatto emotivo.

Un missile in partenza dal film Koyaanisqatsi
Un missile in partenza dal film Koyaanisqatsi
Oh Rovina! è attraversata da voci che descrivono, narrano e spiegano. Tutte hanno in comune una cosa: sono voci maschili. Dove collochi le donne del non finito? Pensi abbiano uno spazio o un ruolo in quel contesto?

È vero, ed è una cosa a cui ho pensato a posteriori. Ho inserito le voci di coloro che da più tempo si occupano dell’argomento, e si è trattato di voci maschili, non è stata una scelta. L’obiettivo del film è offrire una lettura globale di un fenomeno che sembra affare di un territorio circoscritto, in questo non ritengo particolarmente rilevante la questione di genere. Ma a un livello più strettamente antropologico, le donne hanno un ruolo centrale nel non-finito. In Calabria, la tradizione vuole che il padre costruisca una casa per ciascuna figlia femmina, come parte della dote nuziale. In questo gesto c’è un progetto, un’idea di futuro che vede le proprie figlie vicine, un tentativo di trattenerle. Quelle, però, hanno scelto o sono state costrette ad andarsene, proprio come i loro padri che avevano costruito, spesso grazie alle rimesse. È così che quelle case sono rimaste vuote. È lì che nasce il non-finito.

Il documentario a tratti sembra essere una lotta, o una danza, tra contrasti. Vediamo scene di rivolta sulle note di una canzone d’amore, l’arrivo di un treno in una stazione calabrese inframmezzato dal volo di un missile. L’idea che viene in mente è quella di una terra che procede solo per contrasti. Pensi sia così? C’è un’immagine/spezzone che più di tutte secondo te riassume la Calabria?

È così, e si tratta di una scelta più che altro tecnica. Il conflitto è alla base di ogni narrazione. In questo film non c’è una trama, non ci sono personaggi, non c’è una storia nel senso classico del termine: è un collage di riflessioni, di sguardi. Ho dovuto allora creare il conflitto attraverso le immagini, cercando un commento visivo che rimanesse un passo indietro rispetto al discorso. Le immagini danno corpo alle tensioni sottostanti i concetti espressi dalle voci. C’è un gregge al pascolo inframezzato da una campagna in fiamme, nel movimento che racconta la fine del mondo contadino; c’è uno spot elettorale che promette le meraviglie della tecnica e dell’infrastruttura, interrotto bruscamente dall’immagine di un pontile crollato. Tutte le immagini esprimono una lotta tra sogno e realtà. Ci sono poi le canzoni d’amore sulle scene della rivolta di Reggio. Mina, Tenco, oltre a venire da quell’Italia lì, creano una dissonanza che ho trovato toccante. Se dovessi individuare delle immagini che più rappresentano la Calabria, e in realtà tutti i Sud del Mondo, sceglierei quella iniziale e quella finale: una madre che piange e un treno che parte. Per quanto rischi di cadere nell’estetica del dolore con cui troppo spesso viene rappresentato il Sud, la storia che ho raccontato è questa: i popoli del Sud sono popoli di diaspora, che conoscono bene il dolore dell’assenza. Il non-finito è nello spazio tra queste due immagini.

Un frame del documentario
Un frame del documentario
Pensi che Oh Rovina! sia un’opera finita?

Assolutamente no. Il non-finito è un tema incredibilmente profondo. Ci parla della convivenza con la provvisorietà, con l’imperfezione, cui il popolo calabrese è abituato per una serie di ragioni storiche; ci parla di illusione, di cosa succede ad inseguire i sogni altrui, del rapporto (o frattura) tra due generazioni. Se si estende il discorso al di fuori della famiglia, rivolgendo lo sguardo anche alle grandi opere private, centri commerciali, residence turistici, il non-finito ci parla di un territorio violentato a fini speculativi anche dai calabresi stessi. Sono temi che non vengono articolati nel documentario ma che sono sempre saltati fuori nei dibattiti successivi alle proiezioni. Una cosa in cui Oh rovina! è riuscito, è che pur offrendo solo una visione “dall’alto” del fenomeno, abbia stimolato una discussione. La speranza è che questa si trasformi in reazione, anche fosse di una sola persona.

Il non finito calabrese in un frame di Oh Rovina!
Il non finito calabrese in un frame di Oh Rovina!

 

Il non finito è manifestazione di un disagio profondo, quello vissuto da ogni Sud, in cui la coercizione a partire si lega indissolubilmente alla speranza di tornare. Un disagio che in Oh Rovina! trova una sua dimensione poetica: inchiodatə a guardare ogni singolo frame, sentiamo che la profonda ammirazione per la bellezza che l’estetica del film suscita in noi si mescola a una delicata rabbia per la condizione che viviamo. Non ci resta che aspettare il prossimo lavoro di Domenico (che uscirà a breve) e, nel frattempo, cominciare a organizzare la rabbia.

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