Marty supreme: il mito dei vinti

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Marty supreme

Marty Supreme è uno dei film più attesi di quest’anno. Il merito è anche di Timothée Chalamet -qui protagonista e alla sua migliore (per ora) prova attoriale- e alla sua folle dedizione alla campagna promozionale. L’opera è firmata da Josh Safdie che per la prima volta siede da solo dietro la macchina da presa, precedentemente condivisa con il fratello Benny su film come Good times e Uncut Gems. Se Benny per il suo debutto da solista ha puntato su The Rock con un film introspettivo, drammatico e realistico come The smashing machine, Josh costruisce un’opera spettacolare, pirotecnica e tecnicamente complessa. Un romanzo di formazione dinamico e imprevedibile che racconta e ri-racconta i grandi temi del sogno americano.

Marty Supreme: la narrazione prima di tutto

Marty Mauser è un giovane newyorkese costretto a vendere scarpe nel negozio dello zio. Un lavoro noioso e inutile ma in cui lui risulta essere il più bravo di tutti per le sue capacità oratorie e i suoi modi coinvolgenti e stravaganti. Marty però sogna di essere il numero uno del ping pong. Dopo essere arrivato in finale agli open di Londra e aver mostrato a tutto il mondo il suo talento, è deciso a prendersi la sua rivincita ai mondiali del Giappone contro la sua nemesi Koto Endo.

Così come Challengers non fu un film sul tennis, così Marty Supreme non è un film sul ping pong. Il viaggio di Marty per ottenere i soldi e il permesso di andare in Giappone è un film di formazione che ci lascia scoprire di che materia sono fatti i nostri sogni. Una commedia impeccabile e stratificata che smaschera, scena dopo scena, le menzogne e le illusioni del sogno americano.

Marty supreme

Marty Supreme è un opera che sapientemente ibrida strutture classiche ad una scrittura più audace e non convenzionale. La regia è frenetica, tumultuosa. Safdie crea una vera montagna russa con i suoi zoom, carrellate, grandangoli e primi piani. Tutti i reparti lavorano al meglio delle loro aspettative ma ogni elemento si riconduce alla narrazione. La trama è il cuore pulsante del film perché è nelle azioni e negli eventi, fuori e dentro il personaggio, che il senso del racconto si palesa.

Ogni ostacolo, ogni svolta narrativa, rappresentano una crescita per il personaggio e per lo spettatore, che sotto la guida di una scrittura solidissima -ma non per questo semplice- riesce a decifrare tutti i codici in campo. I personaggi risultano tutti, nessuno escluso, reali e tridimensionali. Rachel (Odessa A’zion) compagna di Marty, Kay Stone (Gwyneth Paltrow) star in decadenza e Kevin O’Leary (Milton Rockwell) magnate delle penne, hanno tutti un passato un presente e un futuro, e seppur funzionali all’ evoluzione di Marty, sostengono la credibilità del mondo che il film crea intorno a se.

Vincitore o vinto?

Marty Mauser, ispirato alla vera figura di Marty Reisman, è figlio diretto del mito americano. Tutto è possibile, basta crederci. Il suo percorso di formazione però, attraverso le sue continue sconfitte, dimostra quanto il sogno sia in realtà un’illusione e una presa in giro.  Molti personaggi risuonano dentro Marty: dal demoniaco Holden Caulfield di Salinger in continua ricerca del suo posto nel mondo, a Frank Abagnale di Prova a prendermi con il suo estro nelle truffe, fino ad arrivare a Rocky Balboa e alla sua voglia di riscatto.

Il paragone con Rocky ci aiuta meglio di qualsiasi altro per analizzare il percorso di Marty e decidere in fine se è un vincitore o un vinto. Entrambi subiscono una sconfitta dalla quale vogliono riscattarsi, Rocky contro Apollo Creed, marty contro il campione del mondo Giapponese. Se il percorso verso la vittoria per Rocky passa attraverso l’allenamento, la costanza e il rafforzamento della fiducia in se stesso, quello di Marty è fatto di imbrogli, scorciatoie e imprevisti.

Ad ostacolare Marty, più della bravura del suo avversario, è il sistema famigliare e sociale che lo circonda. Tutto e tutti sembrano schierati contro di lui. La sua situazione economica precaria lo costringe ad una estenuante ricerca di finanze per partire, la famiglia gli nega supporto ed è costantemente sulle sue tracce per rinchiuderlo in casa. La bugia del sogno americano si rivela al personaggio che a differenza di Rocky perde fiducia in se stesso e nelle sue capacità.

Rocky vince sul ring, riuscendo ad ottenere l’agoniato titolo di campione del mondo. Marty invece, per ottenere anche solo la possibilità di riuscirci, deve prima rompere le catene che lo trattengono. La sua crescita avviene nel momento in cui diventa consapevole che la realtà è un muro invalicabile, e che per ottenere ciò che vuole deve giocare secondo le sue regole. In un finale a cardiopalma come solo il cinema d’azione americano sa regalare, si compie la vittoria di Marty, che non passa tramite un titolo mondiale, ma attraverso un’ultima ribellione per rimanere fedele a se stesso e ai suoi ideali.

Star System e propaganda

Marty supreme consacra (nel caso avesse ancora bisogno di essere consacrato) Timothée Chalamet tra i più grandi attori della sua generazione. Appena trentenne, proprio come il suo personaggio, ha più volte espresso il desiderio di percorrere la “strada verso la grandezza”, non nascondendo il desiderio di voler essere il migliore di tutti. Chalamet ha infatti più volte dimostrato non solo il suo talento e dedizione, ma anche una spiccata capacità di saper scegliere i ruoli giusti per percorrere il suo cammino. In questo ricorda molto la giovane carriera di Leonardo DiCaprio negli anni ’90.

Da anni Chalamet rincorre l’ambita statuetta degli Oscar e Marty supreme è l’ultimo tentativo (che probabilmente riuscirà). Ma che ripercussioni ha sul film questo tipo di scelta? Timothèe è anche produttore del film che è disegnato perfettamento su di lui. Costantemente presente in scena, la regia lo esalta e lo segue dapperttutto. Il personaggio è complesso: divertente ed esuberante, ma anche fragile e commovente. Il viaggio dell’eroe si consacra nella sua crescita definendo i confini del ruolo che ogni interprete vorrebbe vestire. Perfetto a misura di Oscar. E proprio per questo forse un po’ troppo finto.

Durante la visione del film non ho potuto fare a meno di notare questo dettaglio. Quanto la strategia di marketing e le dinamiche festivaliere abbiano influito sulla realizzazione del progetto. È una critica? Non lo so. Forse si o forse no. Il cinema è dopotutto un’industria e mentiremmo se ciò che avviene dopo la proiezione di un film non avesse valore. Tuttavia questa “sensazione di mercato” che ho avuto per tutta la durata in sala mi ha impedito di godere a pieno della forza della narrazione, e ogni volta che empatizzavo ed entravo dentro Marty, vedevo solo Chalamet con in mano una statuetta.

Di Matteo Cantarella

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Tags: Gwyneth Paltrow, Josh Safdie, Marty Supreme, Ping pong, Timothée Chalamet

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