L’agente segreto: tra il Brasile di ieri e oggi

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L'agente segreto

L’agente segreto di Kleber Mendoca Filho corre agli Oscar 2026 in quattro categorie e si appresta a vincere quella per miglior film straniero (meritatamente a mio avviso). Il film ricostruisce il Brasile degli anni ’70 durante la dittatura militare e la sfrutta per raccontare il paese contemporaneo. Storia, cinema e inchiesta si mescolano in un film ricco di intrecci e simbolismo che dimostra ancora una volta quanto la verità sia effimera e il potere pericoloso.

L’agente segreto: una finta spy story

È il 1977, il carnevale di Rio ha appena fatto 100 morti e Marcelo (Wagner Moura) torna a vivere a Recife presso Dona Sebastiana in quello che sembra essere un condominio condiviso da personaggi strambi e variegati. Inizia a lavorare in un ufficio anagrafe che custodisce carte d’identità e documenti di tantissime persone scomparse per restituirli finalmente alle famiglie.

La trama di L’agente segreto si rivela con parsimonia, e man mano che il film procede si delineano i macabri e viscerali retroscena. Iniziano gli spoiler. Solo dopo un’ora di film scopriamo che Marcelo è in realtà Armando Alves, ex professore universitario e rifugiato in fuga. Dona Sebastiana è un ex anarco-comunista che offre la propria casa a tutti i dissidenti politici in cerca di protezione. Armando, alla ricerca dei documenti -e dell’identità- smarriti della madre, è l’obiettivo di due sicari mandati dal capo di una compagnia energetica che lo vuole morto per sanare dei torti subiti.

Come in una spy story le pedine sono tante e si muovono in fretta. C’è di mezzo la politica -di ieri e di oggi- la corruzione delle forze armate, l’occultamento delle verità, l’abuso di potere, la speranza di una rivolta e la forza di saper resistere. Lo scenario della dittatura fa da sfondo ma non rimane mai sullo sfondo. È implicitamente parte dei personaggi e delle loro storie e dipinge, come già aveva fatto l’anno scorso I’m still here di Walter Salles, un Brasile in balia delle ingiustizie che ancora oggi rimane un’ombra minacciosa.

L'agente segreto

La spy storia diventa un pretesto quando ad essere sotto la luce dei riflettori è la storia intima e personale dei personaggi. Entriamo in una quotidianità fatta di tormenti, finti sorrisi e perpetui “chi va là”. Il McGuffin della gamba ritrovata nella carcassa di squalo e il finale completamente anti-climatico sostengono questa tesi, insieme alla quasi totale mancanza di azione.

Un intreccio che mente, come tutte le menzogne su cui il film è costruito. Tra piani temporali diversi e colpi di scena l’opera dura quasi tre ore. Sembra essere ad oggi una prerogativa fondamentale per attirare l’attenzione della critica e dell’academy, ma io non posso fare a meno di vederlo per quello che è: un sequestro di persona (restando in tema). Tempo che però passa con piacere grazie ad una scrittura solida e meticolosa, e ad una regia che sa dimostrarsi all’altezza delle ambizioni del film.

L’importanza di un incipit

L’agente segreto è probabilmente un film che vedremo nei libri di storia del cinema. Non tanto per l’impatto culturale -che almeno qui oltreoceano sembra stia passando inosservato- quanto per la maestria della scrittura e regia nell’incipit del film. Devo ora, per necessità, scendere in alcuni tecnicismi.

La macchina da presa inquadra dall’ alto un maggiolino giallo che si ferma in una stazione per fare rifornimento. In mezzo al parcheggio giace un cadavere coperto solo da un pezzo di cartone e uno sciame di mosche. È lì da tre giorni ma nessuno è ancora venuto ad occuparsene. La polizia, dice il benzinaio, era occupata per mantenere l’ordine ai festeggiamenti del carnevale. Sentiamo finalmente un’autovolante arrivare ma non è lì per il corpo bensì per perquisire Armando e il suo maggiolino.

L'agente segreto

Questa apertura è un vero e proprio cortometraggio a se stante di poco più di dieci minuti che racchiude tutto quello che bisogna sapere sul film. È fondamentale perchè stabilisce immediatamente tono, spazio politico e stato psicologico del personaggio. Non è un’apertura spettacolare ma segue un ritmo lento, cadenzato, tipico del thriller. L’effetto è quello della sospensione: lo spettatore capta subito il clima di controllo politico venendo introdotto al tema della sorveglianza.

Lo spazio urbano infatti non è solo ambientazione ma un dispositivo ideologico: la mancanza di musica e l’enfasi sui rumori ambientali realistici costruiscono un ambiente di controllo invisibile. La regia privilegia la camera fissa, una composizione del quadro che isola lo spettatore e l’uso della profondità di campo che lascia intuire presenze inquietanti nascoste. Il tutto crea una sensazione di solitudine, fragilità e inadeguatezza.

In chiave semiotica quindi la scena lavora per sottrazione: il potere non viene mai mostrato direttamente ma evocato attraverso segni indiretti, costruendo un sistema di simboli in cui il fuoricampo è metafora dell’apparato repressivo politico.

Cinema come impronta di memoria: il Brasile di oggi

Come fa L’agente segreto a parlare dell’oggi? Arriviamo dunque al nucleo tematico del film. Costruito, come detto, su una scia di un falso thriller/spy story, L’agente segreto è in realtà un film inchiesta che ci parla di memoria. Lo fa giostrandosi magnificamente tra generi e toni diversi, così come salta da una linea temporale all’altra. Arrivano altri spoiler. Scopriamo durante la visione che i fatti narrati di Armando e della sua ciurma di rifugiati sono in realtà ricostruzioni che due studentesse universitarie dei giorni nostri stanno realizzando tramite vecchi nastri registrati.

Una giovane ragazza infatti ritrova dei documenti audio che custodiscono le conversazioni tra Armando ed Elza, un agente che si occupa di procurare documenti falsi ai rifugiati per farli uscire dal paese. È con questo escamotage che il “passato” si fa “presente” e  lascia in eredità un Brasile che deve costruire nuove fondamenta basate sulla memoria. Il punto di vista transita quindi da interno e in presa diretta, ad esterno su chi il passato cerca di ricomporlo.

Ricomporre il passato è in fondo da sempre anche l’obiettivo del cinema stesso.
Cos’è un film se non l’impronta stampata di quello che è già successo e che noi guardiamo postumi dentro una sala.
L’agente segreto esplora un’ampia lettura meta-cinematografica e gioca con l’abitudine dello spettatore di percepire il “passato filmico” come riproduzione del presente.
Di cinema infatti è cosparso tutto il film: lo squalo di Spielberg -metafora famelica dello stato militare-, e il cinema posseduto dal cognato di Armando. Cinema che nel presente contemporaneo del film diventa un centro di donazione del sangue.

Qui la studentessa incontra Fernando, il figlio di Armando. Un incontro che sembra conciliare le due linee temporali e che ci suggerisce la chiave di lettura del film: che il problema non è tanto il passato e la sua risoluzione quanto la nostra capacità di saperlo costantemente interrogare.

Di Matteo Cantarella

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Tags: Kebler Mendoca Filho, L'agente segreto, Oscar 2026, Wagner Moura

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