Intervista: Gioia mia e l’amore puro di Margherita Spampinato

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Gioia mia

Quando ho visto Gioia mia di Margherita Spampinato , ho da subito pensato fosse il film perfetto da approfondire non solo tramite una recensione (qui l’articolo), ma doveva essere anche raccontato da chi l’ha pensato, scritto e creato. Quel mondo fatto di intrecci tra i ricordi del passato e le promesse del futuro, era una parentesi in cui io stesso -metà siciliano e metà campano- mi ero trovato a stare.

Dietro lo schermo, con la solita timidezza che mi contraddistingue quando parlo delle cose che mi piacciono, chiedo a Margherita:

“Quando qualcuno dice Gioia mia: cos’è la prima cosa che viene in mente a Margherita Spampinato?”

Una magia.  Perchè questo film è stato realizzato come una magia, che si è creata con cast e troupe. Inizialmente molte persone mi scoraggiavano, per la presenza di bambini, nonne, animali e il poco budget. È stato faticoso in effetti ma quando è partito, non ci sono stati intoppi.”

Il film vince due premi all’ultimo Festival di Locarno, e dal giorno di uscita nelle sale italiane è molto amato e apprezzato.

“Non ero pronta a questo scenario. Non mi aspettavo tutto questo amore.  È come quando sei innamorato. Alcuni ti scoraggiano e ti dicono di essere prudente. Tu non dai peso alle disavventure che possono venire, così noi siamo andati avanti.”

Queste preoccupazioni le capisco. Una delle prime regole che si imparano in un corso di sceneggiatura é: non scrivere film con bambini, anziani e animali. In Gioia mia, tutte e tre vengono rotte. Così quando chiedo come nasce l’idea Spampinato risponde:

Gioia mia nasce dai miei ricordi d’infanzia. Io sono cresciuta a Roma ma tutte le estati andavo a Catania dalle cugine di mia nonna, signorine e anziane. Mi hanno insegnato le buone maniere, mi facevano fare il riposino e credevano molto negli spiriti. Ho deciso però di scrivere un bambino invece che una bambina come protagonista. Mi interessava raccontare la formazione maschile dentro un mondo di donne, e di come Nico fa propria l’intelligenza emotiva e intuitiva.”  Continua sottolineando come, per molto tempo, i maschi non hanno potuto esprimere le proprie emozioni perchè non era virile. Il viaggio di Nico gli permette di entrare in un mondo ed elaborare nuovi stati d’animo.

L’infanzia è lo sguardo che la regista adotta per filtrare la sua storia. Esiste una tradizione del cinema italiano sui film che parlano di bambini, Vittorio De Sica ne ha girato alcuni. Il tipo di sguardo che viene adottato oggi però, spesso non è credibile o approfondito. Facciamo parlare i bambini per come vorremmo noi, li usiamo per rappresentare e raccontare il nostro mondo e non il loro.  Le dico: “In Gioia mia questa mancanza non l’ho percepita, era molto sincero. Da un punto di vista registico come hai lavorato con il bambino, che approccio hai usato per esplorare la sua età in maniera sincera e credibile?”

“Ho fatto un grande lavoro di preparazione. Ero preoccupata che Marco perdesse la sua naturalezza e spontaneità nella recitazione. Abbiamo provato molto sulla sceneggiatura. Alcune battute lui le ha adattate al suo modo di parlare, e abbiamo ragionato molto sul significato di ogni scena, su ciò che lui riconosceva come proprio e su tutti i sottotesti. Così, alla fine, non solo ha imparato la sceneggiatura a memoria, ma correggeva anche le nonne quando sbagliavano.” Margherita definisce il lavoro come molto creativo, nonostante nulla sia stato improvvisato per non rischiare che la storia andasse in un’altra direzione

Gioia mia

“È stato un casting lungo?”  Chiedo.

“Ho trovato tanti bambini: ce n’erano diversi con sguardi interessanti.  Ero indecisa su tre, ma avevano caratteri molto divergenti, e con ognuno di loro sarebbe venuto fuori un film diverso. Con la bambina invece, Martina Ziami, ho capito subito che doveva essere lei, era esattamente come il personaggio.”

Continuando a parlare di infanzia, crescita e scoperta, mi chiedo se secondo lei è un tema che dovrebbe essere esplorato più spesso nella cinematografia italiana di oggi. Mi chiedo se la narrazione contemporanea ignori questa fase della vita fondamentale, disperata quanto catartica.

“Non lo so, non c’ ho mai pensato veramente.” Risponde lei con sincerità. “Si parla ora molto di femminismo, di quanto le donne devono dividersi tra il lavoro e la famiglia, ed è un tema da affrontare. Mi sembra che invece i bambini vengano spesso trascurati, non solo nei film, ma proprio nel discorso familiare e politico. Spesso le estati possono essere devastanti per un bambino, così come gli anziani. Sono figure fuori dai circuiti produttivi, non c’è nessun racconto per loro. Più che i bambini, le donne anziane non vengono quasi mai prese in considerazione o raccontate come protagoniste. Sono sempre macchiette e mai personaggi complessi con i loro conflitti.”

Ne approfitto così per parlare di Aurora Quattrocchi, attrice protagonista interprete di Gela. Un’artista con una carriera varia e brillante alle spalle. “Come è stato il rapporto con un’attrice così importante? Come si è instaurato il dialogo? Chi ha seguito chi?” Spampinato sorride, poi risponde:

“È stato bellissimo. Ha 83 anni ma è la persona più vitale che conosco. È stato divertentissimo: se una cosa le piace è super creativa e ci si butta, se non le piace non fa compromessi. Noi su questo ci siamo subito trovate. Ho pensato a lei in fase di scrittura, sono stata con lei a fare una lettura della sceneggiatura per vedere se poteva andar bene. Dopo l’incontro ho detto “è lei, Gela”. Anche tra lei e il bambino è scattato subito l’ amore. Tutto è filato sempre liscio, fuori e dentro il set. È una donna intelligente e creativa. Per esempio, quando sventola il cane nel film… quella è stata una sua idea, ogni cosa che aggiungeva era strepitosa.” 

Tra i due attori è innegabile una grande intesa. Due personaggi nel cui incontro/scontro creano un dialogo reciproco in cui specchiarsi. Sul loro rapporto inizio una domanda -che è più una riflessione- sconclusionata, sperando di averci visto lungo e di “sembrare del mestiere”.  Mi interessava capire perchè in Gioia mia si è affrontato il tema generazionale saltando una generazione. Spesso si affrontano i rapporti genitore-figlio. In questa storia si nota l’assenza dei genitori, ma non solo. È interessante anche il fatto che Gela stessa non abbia figli. A volte i nonni sono bravi nonni perchè riparano delle lacune genitoriali, ma nel caso di Gela e Nico il rapporto sembra essere paritario. Qui Margherita annuisce, segno forse che quello che ho detto aveva un senso anche per lei, e risponde:

“Si.  L’assenza dei genitori è stata la chiave del racconto. Questo ha permesso a tutte e due i personaggi di confrontarsi alla pari. Ha permesso loro di non avere schemi formali, quali per Nico potevano essere “mangiare il piatto della nonna, dare il bacetto” eccetera.  Anche per lei ovviamente, a volte sembra più bambina di lui. Era interessante vedere questo rapporto  per l’età, che qui non è una variabile che condiziona i loro comportamenti. Il loro legame è libero e sincero. Questo si riflette anche sul discorso spirituale. Nico arriva ignorante e poi sviluppa grazie a Gela una sua spiritualità. Si occupa di Gela non perchè gli hanno detto che si fa così, ma perchè lui vuole, per puro amore. È un rapporto fuori dagli schemi. “

Gioia mia

Puro amore. Gioia mia ne è cosparso in tante forme. Viene accennata anche una sorta di storia d’amore tra Gela e la cognata. Rimane lì, un po’ ambigua, nè smentita nè davvero confermata. Sono curioso, così chiedo:

“C’era la volontà di porre l’attenzione su una generazione che in passato ha dovuto rinunciare alla felicità e all’amore? È un tema che scorre sotto traccia nel fim?”

“Si, c’è. L’idea principale però era fare un film sull’amore. Può essere per un cane, per la baby sitter o per una persona dello stesso sesso. Il bambino scopre nel corso del film che qualunque tipo di amore ha valore. Lui vive un lutto e capisce che il suo dolore ha un valore. Da quì inizia a separarsene.”

Capire che la propria sofferenza ha un valore, così possiamo iniziare a separarcene. Una frase da tatuarsi.

“La cosa principale è che entrambi soffrono per amori travolgenti ma non appagati. Per quanto riguarda l’omosessualità, era spesso collegata alle figure delle signorine zitelle di un tempo, alcuni magari erano amori platonici, altri no, ma sicuramente l’omosessualità è sempre esistita. L’amore va aldilà del sesso, del genere, e può essere anche per un animale

Gioia mia

Il tempo della chiamata zoom inizia a scadere, purtroppo non ho l’abbonamento premium. Sicuro di portarmi questa risposta nel cuore vado avanti e alleggerisco un po’ la chiacchierata. Sono curioso di sapere un aneddoto divertente accaduto sul set. Margherita senza esitazione mi racconta:

“Un aneddoto magico, per restare in tema di magia, è stato durante la preparazione. Nell’appartamento dove abbiamo girato eravamo seduti attorno ad un tavolo per una riunione, io avevo difficoltà a trovare degli angeli antichi. In scrittura erano questi angeli che si muovevano, come mossi dagli spiriti, e Nico doveva averne paura. Volevo che fossero fatti in un certo modo ed era complicato trovarli. Parlavamo di spiriti e ad un certo punto si muove il lampadario, Tutti restiamo suggestionati. Capiamo però che era perfetto perchè poi è stata questa la risposta, l’idea di far muovere il lampadario nasce da qui. È stato stupendo, ma poi abbiamo scoperto che era uno scherzo dell’attrezzista.”

Sentendo parlare ancora di spiriti e superstizione mi viene in mente un’altra domanda e decido di avere il tempo per farla: “Qual è il tuo rapporto personale con la superstizione avendo vissuto a metà tra un mondo più magico e uno più razionale?” 

Sorprendentemente Margherita risponde: “La mia materia preferita è sempre stata matematica. Forse perchè vivendo con queste donne e i loro segni divini avevo bisogno di sapere che due più due fa quattro. Non volevo avere dubbi. Però credo che tutti noi siamo pieni di superstizioni, alcune davvero impensabili. L’talia è piena. Quello che racconto è un mondo arcaico che io amavo profondamente, con donne fortissime e intelligentissime, così come le nonne del film, hanno davvero vissuto di tutto. Quel mondo mi ha sempre suggestionato e fa parte del mio immaginario.

Gioia mia

Il mondo dell’occulto é a tutti gli effetti un linguaggio per codificare la realtà, uno strumento di conoscenza di ciò che ci circonda. Così contribuisco io, e lei aggiunge:

“Ma anche di oscurantismo. Nel caso di Gela i fantasmi sono un simbolo di una paura e di qualcosa che non vuole affrontare. La scelta di non voler andare fino in fondo, per darsi così, risposte alternative.”

Zoom mi avvisa: mancano cinque minuti. Avrei parlato ancora di mille cose su Gioia mia e su di lei, ma è il momento di chiudere. Come in ogni intervista che si rispetti chiedo: “Progetti futuri?”

“Adesso sono molto presa con la distribuzione. Prima ero molto presa con i festival internazionali. Appena finisco ho un’idea, ma devo prima mettermi con la testa a posto. Poi scriverò.”

Mi è piaciuto sentirla parlare di futuro. Scriverò è un verbo che mi rincuora. Ci salutiamo e ci ringraziamo a vicenda.

Gioia mia è nelle sale dall’ 11 dicembre.

di Matteo Cantarella

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Tags: gioia mia, intervista, Margherita Spampinato

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